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Calciatori

Justin Kluivert nel segno di Patrick

Numero 45 dietro la schiena, lo stesso di un altro bad boys Mario Balotelli e un futuro già scritto: Justin Kluivert, classe 1999 ha un avvenire certo sul rettangolo verde. Non può che essere così perché Justin ha i geni di papà Patrick, attaccante di razza che ha segnato a valanghe ovunque. Ajax, Milan ma soprattutto Barcellona le squadre nelle quali l'olandese è stato l'indiscusso Nove. Lo scorso anno all’esordio in campionato (15 Gennaio 2017) aveva superato già papà Patrick entrando in campo a 17 anni, 8 mesi e 10 giorni. E solo l'inizio della sua escalation. Esordio in Europa League il 16 Febbraio scorso contro il Legia Varsavia. Primo hurrà tra i grandi il 19 Marzo 2017 contro l'Excelsior, in Eredivisie. La presenza ingombrante del padre sempre sulle spalle di Justin e un caratterino mica male. "Mi piace quando mi paragonano a lui. Ha avuto una grande carriera e spero di fare altrettanto”. Consapevolezza, intraprendenza e un'incoscienza propria dei suoi 18 anni, Justin non è solo predestinato, è davvero un talento. Guardare per credere.Hat-Trick in Eredivisie, nemmeno a papà Patrick era riuscito di segnare tre reti in un solo match, e non è una punta centrale Justin. L'Ajax trionfa sul Roda per 5-1 grazie ai 3 goal di Justin. L'Amsterdam Arena ai piedi del giovanissimo olandese. Velocità di pensiero e di gambe e un destro che fa impallidire: identikit da grande per Justin.Stop orientato e destro nell'angolino, progressione e conclusione forte e tesa nel sette, colpo da biliardo appena entrato in area: gol di pregevole fatture per un match che certamente non potrà dimenticarsi. "Una bella giornata. Non ho giocato sempre e non do la colpa all'allenatore, ma oggi ho dimostrato che posso farlo. Dopo la gara ho portato la palla negli spogliatoi per farla firmare ai miei compagni. Mio padre non ha mai segnato una tripletta in Eredivisie? Allora sono il primo Kluivert. Mi piace".

Tra il nerazzurro, il bianconero e l'azzurro

Alessandro Conti ha vissuto sempre in bianconero nonostante abbia nel cuore il nerazzurro. E' un paradosso per un interista diventare un giocatore della Vecchia Signora ma le vie del calcio, come della vita, sono davvero infinite ed inaspettate. Classe 98, centrocampista "saggio" dai piedi buoni e dall'ottimo dinamismo ha saputo ritagliarsi un ruolo da protagonista ovunque è approdato: maturità e geometria a servizio dei compagni. Ci racconteresti la tua carriera, dagli esordi ad oggi?Ho iniziato a giocare a 6 anni nel Titano a San Marino poi a 9 anni mi sono trasferito nel Cesena dove sono rimasto per 5 anni. A 14 anni, grazie all'affare Giaccherini-Juventus, sono stato tesserato nella Juventus, insieme al mio compagno Braccini. Sono rimasto a Vinovo per 3 anni e ho raggiunto gli Allievi. Sono stato ceduto in prestito alla Primavera del Carpi per 6 mesi ma non mi sono trovato bene. Sono ritornato a Cesena ma un grave infortunio alla spalla ha condizionato l'esperienza nella Primavera. Oggi gioco nel San Marino Calcio in Serie D Girone F.Quali consigli ti senti di dare ai nostri lettori?Invito tutti a giocare con passione come ho fatto io. La mattina a scuola, poi un panino veloce e subito al campo. Se hai qualità e la fortuna qualcuno ti noterà. Ci racconteresti la tua esperienza nel settore giovanile della Juventus?Sono interista ed un primissimo momento è stato dura ma ovviamente non ho avuto dubbi nell'accettare. E' tutto bellissimo, al top. Le mie giornate iniziavano a scuola a Vinovo, poi l'allenamento e il convitto. E' stata dura soprattutto per mia mamma. Ti sei mai allenato con la prima squadra della Juventus?Si una volta. Era l'allenamento prima del derby contro il Torino, la Primavera era impegnata e quindi ho avuto questo privilegio. Mancavano Tevez, Pirlo e Pogba ma comunque tutti gli altri campioni c'erano. Il più simpatico è stato Morata mentre Bonucci ci ha riempito di consigli. Sei stato capitano della Selezione Italiana U15, quali caratteristiche deve avere un giocatore per essere un buon capitano?Devi essere un leader ma prima di tutto un esempio. Sono diventato subito capitano nonostante fossi arrivato da poco. Il mister mi ha premiato per l'impegno in allenamento e per il mio comportamento.Qual è il tuo ruolo?Sono un centrocampista centrale, dalla buona visione di gioco. Ho un buon tiro anche se non segno tantissimo. Quest'anno nel San Marino Calcio gioco da mezz'ala. Pregi e difetti di Alessandro Conti giocatoreAiuto i miei compagni, do sempre tutto, sono molto concentrato, ho un buon tiro. Devo migliorare soprattutto il piede sinistro e il colpo di testa.Pregi e difetti di Alessandro Conti ragazzoSono solare, amo stare con gli amici, non mi monto la testa. Sono un pò permaloso e soprattutto molti anni fa non accettavo tanto i rimproveri. Segui il campionato sammarinese?Ovviamente si. Gioca nel Pennarossa, il mio fratello maggiore Daniele, e mio papà è il presidente del Pennarossa. Se avrò l'ok dal San Marino Calcio, mi tessererò anche nel Pennarossa.Vorresti fare il calciatore da "grande"?Ovviamente si! Penso di avere tutte le potenzialità necessarie.Un motto/una frase che ti rappresenta"Only God can judge me". Solo Dio può giudicarmi è una frase a cui sono molto legato ed è tatuata sul mio braccio. Ho anche una croce nel polso perché sono molto religioso. Sono legatissimo anche alla mia famiglia rappresentata da una rosa quale simbolo di amore e dove ci sono le iniziali di tutta la mia famiglia.

Saranno Famosi: Agustin Buteler il nuovo Messi?

Ha 8 anni e un futuro nel pallone già scritto. E' argentino come Leo e come Leo Messi ha un pennello come piede e un talento non quantificabile. Doppi passi, finte, tiro, tunnel: il repertorio è sconfinato e il nuovo Leo ha già attirato gli sguardi indiscreti di molti addetti ai lavori. Originario di Cordoba, in Argentina, ha deliziato i palati del calciofili con numeri di prestigio. Dribbla e gioca per la sua squadra, il Colegio Santo Tomàs dove ovviamente è il faro. Calamita ogni sfera sul proprio mancino, altra similitudine con la pulce Leo. Repentini cambi di direzione e movimenti rapidi e decisi, altre analogie con il campione del Barcellona. Dribbling, doppi passi, tunnel di tacco, gol a raffica da ogni zolla del campo, pure da cacio d'angolo.Chissà se Agustin ricalcherà la carriera luccicante di Leo, di sicuro non potrà passare inosservato.

L'acchiappasogni smette di far sognare

Julio Cesar non è un portiere qualunque giunto al capolinea, è il portiere del Triplete. Julio Cesar arriva in punta di piedi nell'Inter. Nessuno o quasi credeva nelle qualità del classe 79 brasiliano, eppure in sette anni di onorata militanza nerazzurra seppe far ricredere scettici e detrattori. Brasile popolo di trequartisti ma anche di portieri.Il peso specifico di Julio Cesar è difficile da quantificare. E' stato un baluardo quasi insuperabile per gli anni di trionfo dell'Inter post Calciopoli. E' stato un autentico numero 1 nonostante il numero di maglia sia stato differente. E' stato artefice dei 5 scudetti, della Champions League, delle 3 Coppa Italia, delle 4 Supercoppa Italiana prima del suo sbarco in Portogallo. Chi è abituato a vincere non può che continuare con questa piacevole attività e così nel suo breve ma inteso periodo portoghese arricchisce il suo personalissimo palmares: 3 Campionati Portoghesi, 3 Coppa di Lega portoghese, 1 Coppa di Portogallo e 1 Supercoppa Portoghese. Manca solo l'acuto con la Nazionale Verdeoro. Non è capitato negli anni "up" perché il Brasile contemporaneo non è stato all'altezza del Brasile del passato e i successi in campo internazionale si limitano esclusivamente alla Champions League, troppo poco per uno dei più grandi.Le lacrime di Julio Cesar echeggiano nell'area e sono strazianti per chi ha visto da vicinissimo le gesta di uno dei portieri più forti della storia del calcio. Uno di quei portieri a cui era difficilissimo se non impegnativo segnare, Messi, uno dei più grandi, può certamente confermare.

Di professione terzino goleador

Alessandro D'Addario, classe 1997, professione terzino goleador. E' uno dei pochi ad aver avuto l'onore di segnare in campo internazionale con la maglia della Nazionale. E' uno dei migliori prospetti del calcio sammarinese, è uno di quei potenziali calciatori pronti al grande salto. Fisico, testa, cuore, piede, volontà, Alessandro ha tutto nel proprio bagaglio a mano per raggiungere l'apice.Ci descrivi il gol, Alessandro?E' stata una delle ultime azioni, ero arrabbiato con me stesso per l'andamento della gara, ci ho creduto e sulla punizione di Grandoni, Casadei sfiora la palla che rimane nell'area piccola e sono stato bravo a trovare la porta. Avresti mai pensato di segnare in Nazionale?Assolutamente no, sono un terzino e di solito al massimo faccio 1-2 gol a stagione.Quanto manca per vederti protagonista nella Nazionale Maggiore?Spero poco, ho giocato titolare nell'amichevole di Andorra e sono andato in panchina contro Germania e Irlanda del Nord. Hai qualche ripianto per non essere un titolare del San Marino Calcio?No, perché il Rimini mi ha cercato di più rispetto al San Marino Calcio.Nel Rimini Calcio quanto conta allenarsi con gente del calibro di Scotti, Ambrosini e Bonaventura?Sicuramente sono giocatori di qualità, sono professionisti e si allenano come tali. Di sicuro centrano poco con la categoria ed è un vantaggio per noi giovani avere esempi di questo genere.Sei tesserato con qualche squadra del Campionato Sammarinese interno?Si, sono tesserato nelle fila della Fiorita e cercherò di raggiungere il limite di panchine per poter dare il mio contributo nei playoff. Ci tengo molto a questo.Chi è il giocatore con cui hai legato di più nel Rimini Calcio?Con tutti ho un buon rapporto, non c'è uno in particolare. Mi trovo benissimo con i più giovani della squadra.Qual è la tua aspirazione?Vorrei diventare un calciatore professionista.Studi nella vita?Ho finito gli studi. Sono un elettricista. Come ti sei avvicinato al calcio?Come tutti i bambini giocano sempre con il pallone. A 5 anni ho iniziato nel Titano e proseguito nel Tre Fiori.Hai praticato altri sport?No.Segui il calcio in TV?Ovviamente si, seguo tutto il calcio a 360°.Quale squadra tifi?Milan.Cosa pensi dell'eliminazione dell'Italia?E' un peccato, un pò me lo aspettavo dopo la partita d'andata, è ora di cambiare tutto.Ci racconti il tuo percorso nelle giovanili?A 6/7 anni sono andato nel settore giovanile del Rimini dove sono rimasto fino agli Allievi Nazionali. Mi sono trasferito nel San Marino Calcio dove ho fatto un anno negli Allievi e un anno nella Berretti. La mia esperienza con i "grandi" inizia con la Pianese in Serie D, dove ho collezionato 48 presenze in due stagioni.Quale consiglio dai ai nostri lettori?La cosa principale è divertirsi, andare all'allenamento per migliorarsi e sperare di diventare calciatore.Hai un motto/una frase?"Far ricredere le persone che non hanno voluto puntare su di te": è una mia frase che mi sono tatuato sul braccio sinistro. Quale genere di musica ascolti?Mi piace tutto, non ho grosse preferenze. Non amo la musica "metallara". Hai qualche rito scaramantico?Ne ho molti. Metto sempre i stessi calzini bianchi (ovviamente li lavo) e la stessa maglietta termica (ovviamente lavo pure questa). Prima di scendere in campo faccio il segno della croce.A chi hai dedicato il gol?Alla mia famiglia che mi sostiene e ai miei compagni.Qual è il fondamentale in cui eccelli?Sono un terzino e amo spingere, ho una buona corsa, prediligo la destra ma me la cavo anche a sinistra.

I Millenials terribili

C'erano i famosi anni 80, anni di divertimento e di cambiamento, poi gli anni 90, anni di modernizzazione e gli anni 2000? Dovevano essere forse quello che ad oggi non sono stati. Anni difficili per molteplici fatti non direttamente riconducibili al mondo dorato dello sport, ma purtroppo è stato direttamente influenzato.Anni in cui Pietro Pellegri e Moise Kean hanno emesso i loro primi vagiti. Era il 16 Marzo del 2001 quando a Genova, il primo millenario goleador della Seria A riempì di gioia i suoi genitori. Un anno prima e qualche mese prima nacque Moise Keane (28-02-2000) altro diamante grezzo, altro millennials di certo avvenire.Pietro condivide con Amedeo Amedei il record di giù giovane calciatore ad aver esordito nel massimo campionato dello stivale alla "venerata" età di 15 anni e 280 giorni, pazzesco.Nel cameo di Totti dal calcio, Pellegri fa la sua scena, prendendo i riflettori, sua la rete dell'effimero vantaggio: 16 anni e 72 giorni, diventa il terzo più giovane marcatore in Serie A, dopo Amedeo Amadei e Gianni Rivera. Pazzesco è che a poco più di 16 anni ha già siglato una doppietta! 17 settembre 2017, stadio Luigi Ferraris, Pellegri realizza il suo secondo e terzo gol in Serie A, inutile nel computo del match (sconfitta del Genoa per mano della Lazio) ma serata indimenticabile per il ragazzone di 191 centimetri. Cestinato il record del grande Silvio Piola, 17 anni e 104 giorni nel giurassico 1931.Altro centravanti di razza, Moise Keane, scuola Juventus, italo-ivoriano, 182 centimetri è un altro da tenere d'occhio. Ha nel mirino la consacrazione in Seria A, gioca in pianta stabile nel Verona, ha scalzato un certo Giampaolo Pazzini come non impressionarsi?1º Ottobre 2017, stadio Filadelfia, la Var autorizza l'esultanza di Moise. C'è la sua firma nel 2-2, c'è soprattutto la consapevolezza che l'età non fa curriculum, sono i piedi e la testa a fare la differenza e Pietro e Moise hanno proprio tutto per non essere meteore.

Un piccolo grande uomo

Alberto Menghi, giovane penna di RTV e di Romagna Sport, giocatore di Futsal nel Campionato Sammarinese ma soprattutto allenatore delle giovanili. Un ruolo a cui il giovane sammarinese tiene tantissimo e di cui va molto fiero.Come mai hai intrapreso la carriera di allenatore?Cinque anni fa sono stato contattato dal responsabile della Scuola Calcio Serenissima, Andrea Vannucci, che mi conosce sin dai tempi in cui giocavo nel settore giovanile della Libertas. Cercava un ragazzo che potesse sostituire un loro allenatore impossibilitato a proseguire l'attività a causa degli impegni scolastici. Anche io ero iscritto all'università, ma non frequentavo le lezioni, perciò nei pomeriggi dedicati agli allenamenti sarei stato disponibile. Non ci ho pensato su tanto: mi entusiasmava l'idea di lavorare con i bambini, e particolarmente di lavorarci in un contesto calcistico. Quell'anno, in cui mi sono stati affidati i bambini del 2006 iscritti alla categoria Under 8, facevo il secondo di German Bianconi, un allenatore che mi ha insegnato tantissimo. E' stata una prima esperienza a dir poco emozionante.Ci racconti la tua carriera?Ho cinque anni di carriera alle spalle, due come allenatore in seconda e tre come allenatore in prima. Non mi sono mai spinto oltre la categoria Under 10, ma talvolta sono stato chiamato a fare delle supplenze presso i bambini più grandicelli. Nel mio primo anno mi comportavo più che altro come un fratello maggiore. Poi ho cominciato a lavorare sulla mia autorità, aspetto fondamentale per un educatore. Ricordo tantissimi momenti di pura emozione. Il più nitido nella risale ad un paio di anni fa: un mio bambino aveva saputo che sono tifosissimo della Juventus. Alla fine di una partita, durante la doccia, mi ha messo una mano nella tasca del giubbotto in maniera quasi impercettibile. Io me ne sono a malapena accorto, e comunque ero troppo indaffarato per farci caso. Una volta tornato a casa, quell'episodio mi è venuto in mente e ho voluto controllare che cosa mi avesse messo nella tasca. Pensavo ad uno scherzo. Invece c'era una figurina di Gigi Buffon. Non so descriverti l'emozione che ho provato. Posso solo dirti che quella figurina da allora non ha mai lasciato il mio portafogli.Quali attestati di formazione hai conseguito e a quali corsi hai partecipato?Lo scorso anno ho frequentato il corso Uefa C, senza il quale non avrei più potuto allenare una squadra giovanile. Avrei potuto fare solo l'aiuto allenatore, per intenderci.C'è qualcuno a cui ti ispiri?Ho avuto vari allenatori dei quali ho fatto il secondo o con i quali ho collaborato. Mi ispiro a loro e cerco di mettere in pratica quello che mi hanno insegnato. Sei un calciatore, allenatore e giornalista sportivo, senza calcio proprio non puoi stare?No, decisamente no. Se prima, giocando solamente, incontravo la resistenza di mio padre, che mi giudicava un po' troppo "monotematico", ora che la mia attività coniuga aspetti educativi e pseudo professionali oltre a quello meramente ludico, ottengo molta più tolleranza. Anche da parte della mia ragazza, che spesso e volentieri sbuffa per via del tanto tempo che dedico al calcio. Però anche lei ha capito presto che senza di esso non sarei sereno, realizzato.Cosa dici ai tuoi calciatori prima di giocare?Chiedo loro il massimo impegno in campo e il massimo rispetto per i propri compagni e per gli avversari, ma anche di provare a mettere in pratica quello che ho insegnato loro durante gli allenamenti. Naturalmente sto attento a non stressarli troppo, perché sono convinto che i bambini della loro età debbano essere lasciati liberi di esprimersi e di giocare nel senso più semplice del termine.Usi il pugno duro o sei paziente?Il pugno duro mai. Il tono duro sì, a volte è necessario. Cerco di alternare il bastone e la carota, intendendo con bastone la minaccia ed eventualmente l'applicazione di punizioni quali, ad esempio, la mancata convocazione ad una partita. Mi è capitato raramente, e del resto vengono punite in questo modo solo le mancanze di rispetto particolarmente gravi. Per le piccole cose basta un discorsetto e loro capiscono subito. In generale, comunque, seguo la linea della massima pazienza possibile.Vorresti prima o poi approdare su una panchina dei "grandi"? Con il corso Uefa C sono abilitato ad allenare fino agli Allievi, e non ti nascondo che più avanti sarei curioso di intraprendere un'esperienza del genere. Con gli adulti, invece, non saprei. Di sicuro aspetto di crescere anche come uomo, perché a 27 anni penso che di minestra debba ancora mangiarne tanta. Attualmente, comunque, sto benissimo con i miei Under 10.Ti piace essere più un allenatore, giornalista o calciatore?Impossibile rispondere a questa domanda. Sono cose che regalano sensazioni troppo diverse. Posso dirti che una volta concepivo l'attività calcistica solo dal punto di vista del calciatore. Aver capito che questo mondo si può declinare in altre maniere è stata una conquista notevole per me. Oggi mi sento più ricco, oltre che fortunato per aver la possibilità di svolgere tutte queste attività assieme, senza dover scarificare l'una per l'altra.Una frase/motto per descrivertiUn monito che deve accompagnarmi sempre è questo: non dimenticare di essere prima di tutto un educatore. Questo è molto utile per tenersi lontani dai fanatismi.

L'ultima parata

Le lacrime di Buffon si mescolano tra delusione per il sesto mondiale mancato all'ultimo (sarebbe stato il recordman all time) e per un'eliminazione beffarda e inaspettata. La Svezia non è né l'Argentina né il Brasile è una Nazionale di seconda/terza fascia ma ha saputo ingarbugliare il gioco di Ventura. Il commissario tecnico è stato sollevato dal suo incarico ma l'immagine simbolo del match orribile contro la Svezia sono le lacrime in diretta tv del capitano della Nazionale e della Juventus, Gigi Buffon. Vent'anni fa il debutto, cinque apparizioni mondiali, un mondiale vinto nel 2006, e una carriera che leggendaria definirla sarebbe riduttivo. E' mancato solo l'acuto in ambito europeo ma il mondiale vinto in Germania nel 2006 ripaga anni di sacrifici ed amare delusioni. Nel 2000 la doppietta di Trezeguet aveva frantumato l'Europeo di Olanda/Belgio che sembrava ad un passo. La Corea del Sud nel 2002 aveva rappresentato la fine precoce al mondiale nippo-coreano. Solo la Spagna fermò l'ascesa dell'Italia di Prandelli nel 2012: seconda dietro solo ad Iniesta e compagni. Ci mancherai Gigi, ci mancherà il tuo essere sempre dentro le righe, mai un capello o una parola fuori posta, sempre positivo e pronto a sollevare un compagno a terra. Ci mancherai Gigi perché sei e sarai sempre il miglior portiere.

3 clamorosi bidoni di Inter, Juventus e Milan

Il termine “bidone” è forse un po’ troppo duro, ma preciso. Durante una qualsiasi discussione a tema calcistico, se pronuncerete questa parola il vostro intorlocutore capirà perfettamente a che cosa vi riferiate: non certo al contenitore della spazzatura, ma ad un calciatore atteso come un campione e poi rivelatosi scarso. O quantomeno, non all’altezza delle aspettative.La storia del calcio italiano è piena zeppa di bidoni. Alcuni casi hanno del clamoroso. Prendete Dennis Bergkamp, attaccante olandese che l’Inter acquistò nel 1993 dall’Ajax, squadra di cui era la stella. Tre volte capocannoniere del campionato olandese, già protagonista anche con la maglia della nazionale orange, tecnica e classe sublimi. Ma un carattere ed un fisico un po’ troppo leggeri. Dennis capì presto che in Italia la pagnotta sarebbe stata più dura che in Olanda. I 15 miliardi spesi dal presidente nerazzurro Pellegrini per averlo parvero una somma esagerata già dopo la prima stagione, ma fu al termine della seconda che l’Inter decise di chiudere definitivamente con lui. Lo acquistò l’Arsenal, e nelle undici stagioni giocate con la maglia dei Gunners Dennis ritornò ai livelli dei primi tempi, conquistando tre scudetti e recitando da protagonista anche in Nazionale. Del resto, basta guardare queste immagini per capire la stranezza della sua parentesi opaca all’InterUn paio di baffoni da duro e una media gol straordinaria con la maglia del Liverpool: 140 gol in sette stagioni. La Juve sembrava aver trovato il profilo di giocatore giusto per cominciare a voltare pagina dopo l’addio di Michel Platini. Nel 1987 il presidente bianconero Giampiero Boniperti si assicura l’asso gallese Ian James Rush per la cifra considerevole (per i tempi) di 3,2 milioni di sterline, pari a 7 miliardi di lire. Il palmarès del bomber britannico è già ricchissimo: con il Liverpool, oltre ad altri trofei, aveva conquistato quattro campionati inglesi e due Coppe dei Campioni. Aveva vinto anche una Scarpa d’Oro, quella della stagione 1983-1984, conseguenza inevitabile dei suoi 47 gol stagionali. Difficile immaginare che un asso del genere potesse farsi condizionare dal trasferimento in Italia. Invece andò proprio così: Ian diventa l’ombra di sé stesso, soffre la ruvidità dei difensori italiani, non si inserisce nemmeno a livello di lingua, comincia a frequentare un po’ troppo spesso pub e birrerie. Soprattutto, è carente in zona gol. Che in teoria sarebbe dovuto essere il suo punto forte. Dopo una sola stagione la Juve lo mette alla porta. Grazie mille, è stato bello. Arrivederci. Ian torna al suo Liverpool ma non ripeterà più i numeri della sua precedente esperienza inglese. Quasi come se l’Italia lo avesse scioccato. Quando Josè Vitor Roque Junior dal Palmeiras approdò al Milan, lo accompagnava una sorta di “lettera di raccomandazione” firmata nientemeno che da Felipe Scolari, il tecnico che lo aveva svezzato, portandolo dalle giovanili alla prima squadra del Palmeiras. Scolari, che certo in Brasile non era e non è l’ultimo degli stupidi (alla guida della Nazionale verdeoro ha vinto un Mondiale e una Confederations Cup; sulle panchine di Gremio e Palmeiras ha vinto due Coppe Libertadores), avvertiva Alberto Zaccheroni, allora tecnico del Milan, di essersi assicurato «un grande campione. Gli sistemerà la difesa. E’ un giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero avere».Macchè. I tifosi milanisti cominciano ad accorgersi ben presto della sproporzione fra le promesse e la realtà. Durante la prima stagione, quella 2000-2001, Roque colleziona 22 presenze. Sarà la migliore delle sue tre annate al Milan. Tra le varie figuracce offerte, rimarrà memorabile la prestazione contro il Paris Saint Germain in una notte di Champions che la tifoseria rossonera faticherà a dimenticare. Paradossalmente, nel 2005 alzò la Coppa dalle grandi orecchie al termine della finale di Manchester vinta dai rossoneri sulla Juventus. Roque giocò anche uno spezzone di quella partita. Non bastò a riabilitarlo. Dopo una brevissima parentesi in Inghilterra, al Leeds, tornò in Italia, al Siena. Furono appena 5 le sue presenze con la maglia dei bianconeri. Dalla Toscana si trasferì in Germania, al Bayer Leverkusen. Non andò meglio. Divenne il giocatore simbolo di una difesa colabrodo. Le soddisfazioni più grandi se le tolse in Nazionale, con la quale vinse – da titolare- il Mondiale del 2002. L’allenatore di quella selezione era – non serve neanche dirlo – Felipe Scolari. A quanto pare l’unico tecnico ad aver mai visto in lui le qualità di un campione.

Gigio il predestinato

Lo scorso 25 febbraio Gialunuigi Donnarumma, detto “Gigio”, ha compiuto 18 anni. E a cosa pensa un ragazzo comune quando taglia questo traguardo? Alla patente da prendere, all’automobile da acquistare, all’esame di maturità da superare, alla facoltà universitaria da scegliere.Lui no. Lui è Gigio Donnarumma, il portiere del Milan. Nel giorno del suo compleanno lui pensava a come avrebbe fermato, il giorno dopo, gli attaccanti del Sassuolo. Certo, è indubbio che anche lui abbia per la testa i crucci tipici di un ragazzo di quell’età. Ma quando giochi titolare da più di un anno in una squadra di Serie A, quando vanti già 58 presenze nella massima serie italiana, 2 in Nazionale maggiore, quando sei seguito da un manager piuttosto “bravino” come Mino Raiola, quando tutti ti etichettano come un campione, un predestinato, beh, è facile che certi pensieri passino in secondo piano.Gigio ha bruciato le tappe. Ha esordito in Serie A a 16 e 8 mesi, prima di qualunque altro fenomeno nel suo ruolo. Prima di Dino Zoff, che esordì a 19 anni. Prima di Iker Casillas e di Manuel Neuer. Prima delle leggende storiche Lev Yashin e Gordon Banks. E addirittura prima del mostro sacro Gigi Buffon, di cui molti sostengono un giorno sarà l’erede. Curiosità: in quella partita d’esordio, in cui il portierone della Juve indossava la maglia del Parma, l’avversario era proprio il Milan. Ma quella volta Gigio Donnarumma non era davanti al televisore a tifare per i rossoneri, squadra che è da sempre nel suo cuore. Il motivo? Semplice: sarebbe nato soltanto quattro anni dopo.Ha impiegato poco, Gigio, per prendersi la fiducia dell’allenatore e per strappare al Milan un contratto da professionista. Merito delle sue doti eccezionali fra i pali. In questi pochi mesi ha già messo in bacheca un trofeo: la Supercoppa italiana, vinta lo scorso dicembre a Doha contro la Juve. Il portierino del Milan (“ino” solo per l’età: è infatti alto 196 cm, per 90 chilogrammi di peso) in quella occasione è stato decisivo parando il rigore a Dybala, l’ultimo della serie bianconera. Pasalic poi trasformò il suo consegnando il trofeo alla squadra rossonera. La bravura sui calci di rigore è uno dei punti di forza di Gigio. Ne ha già parati 5 da quando gioca in Serie A, di cui uno a Mauro Icardi nel derby di ritorno della scorsa stagione. Insomma, stiamo parlando di un fenomeno, che data l’età ha ancora ampi margini di miglioramento. Sarà l’erede di Buffon? Solo il tempo potrà dirlo. Ma a giudicare da queste immagini, le possibilità sono molte.

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