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Storie di calcio

Parma dal paradiso all'inferno e ritorno

LE ORIGINI DEL MITO - C'era una volta Buffon, Thuram, Bennarivo, Cannavaro, Veron, Crespo, Asprilla. C'era una volta perché il crac Parmalat ha spazzato via una generazione di fenomeni, una squadra da mito. Eppure il mito è rimasto perché aver sfiorato lo Scudetto e aver trionfato in Europa ha reso immortale questa generazione di fenomeni. Due Coppa Uefa (1994-95, 1998-99), tre Coppa Italia (1991-92, 1998-99, 2001-02) una Supercoppa Uefa (1993), una Coppa delle Coppe (1992-93), un palmares invidiabile per una "provinciale".Ha sfidato la Juventus della triade e ha sfiorato soprattutto lo Scudetto. Era il lontano 1996, pochi di voi erano nati, anzi nessuno e Crespo lanciava il guanto di sfida alla Juventus, un affronto. E' stato il miglior marcatore gialloblu, 72 le reti complessive con il Parma, recordman all time e simbolo indiscusso per quattro stagioni, dal 1996 al 2000 e poi ritornò per concludere la carriera nel campionato 2014-15. Parma non è solo Crespo, Parma è Gianluigi Buffon, Fabio Cannavaro, Lilian Thuram, Tino Asprillia, Gianfranco Zola, Enrico Chiesa, Juan Sebastian Veron, talenti cristallini al Tardini.Eppure la cronaca, la finanza meglio, contaminò il Parma e lo disintegrò. Parmalat fu la croce e la delizia del Parma. La stessa azienda leader nella distribuzione di latte e derivati, determinò ascesa e disfatta. Il Parma crollò. Crollarono ambizioni e posti in classifica. Il duo Leonardi e Ghirardi risollevarono le sorti ma quella magia non si ripropose più. Il Parma ha navigato per molti stagioni a metà classifica. Lontani i tempi in cui le squadre del nord al Tardini, giocavano di rimessa per lo strapotere fisico, tecnico dei gialloblu crociati. Lontani quei tempi in cui i migliori erano a Parma.Parma uguale crac è un binomio purtroppo ricorrente. Non basta infatti aver dilapidato una generazione di fenomeni, Parmalat insegna, anche la presidenza Ghirardi sarà ricordata per un fallimento di proporzioni cosmiche: dalla A alla D, senza paracadute, un volo diretto e senza via di scampo. Ma come da Crespo ai campi dilettanti della Emilia-Romagna? Eppure questo è accaduto pochi anni fa. Il Parma è fallito ma come l'araba fenice, è risorto dalle proprie ceneri e ora viaggia a vele spiegate verso l'olimpo della Seria A. Serie D conquistata, playoff di Lega Pro vinti e quest'anno l'approdo nella serie cadetta.Una matricola terribile che ha in Alessandro Lucarelli, il simbolo, il capitano, colui che è sceso dalla A alla D, senza rimpianto perché Parma è, lo è stata e ritornerà ad essere una delle Sette Sorelle d'Italia. Sono trascorse già dodici giornate del campionato di Serie B 2017-18 e un primo bilancio è lecito farlo. Il Parma è secondo a pari merito con Empoli e Frosinone, in piena corsa playoff, con 20 punti all'attivo, a un solo punto dalla vetta occupata dal Palermo. La rincorsa è lunga ma il @Parma Calcio 1913 può farcela. #Dylan@Deklan26

Play si nasce: Andrea Pirlo, il genio della mediana

Il Re delle Punizioni abidca, Andrea Pirlo dice addio al rettangolo.Nel principio c'era il metodista. C'era il metodista perché l'ascesa di Andrea Pirlo ha rivoluzionato ruolo e un'intera generazione di aspiranti centrocampisti di manovra. Che del talento questo ragazzo bresciano lo aveva era abbastanza evidente, ma il talento non sposa un solo giocatore, è uno dei requisiti che tanti hanno ma pochi sanno esprimerlo al massimo. Ci è voluto tempo, delusione, porte in faccia ma Andrea Pirlo ha saputo sempre non chinarsi, anzi è diventato Andrea Pirlo, un'istituzione. Andrea Pirlo appende le 13. Un sussulto. Perché Andrea Pirlo, non è un centrocampista giunto alla venera età di 38 candeline, è l'icona di molti ragazzini cresciuti con le punizioni di questo ragazzo, ora barbuto, taciturno ma con un pennello anzichè un piede.Ma non è stato sempre al centro, come si dovrebbe ai Giotto, di tutto. Nell'Inter, squadra che lo ho coccolato quando era in fasce, è stato al centro si, ma di dubbi atroci, congetture irreali, equivoci, morale: cessione. Cosa? L'inter ha venduto Pirlo? Certo, per di più ai cugini rossoneri. Un affarone, decisamente. E' nell'interregno di Brescia che la luce si accede e Pirlo dimostra ogni frammento del suo sconfinato talento. Da metodista filtra ogni pallone e innesca i compagni verso la gloria. Nel Milan tutto questo viene esageratamente ingigantito, diventando il simbolo delle due Champions League rossonere, dello Scudetto e degli altri trionfi. C'è anche Andrea Pirlo a Berlino quando l'Italia di Lippi alza al cielo la Coppa del Mondo e in quella squadra Andrea Pirlo aveva le chiavi.Non è stato sufficiente perché Allegri gli ha preferito il ruvido Van Bommel. E lui? Zaino, scarpette e talento è emigrato in quel di Torino per la ricostruzione della Vecchia Signora post-calciopoli. La mobilità non è più quella di un tempo ma la visione, la classe, la leggiadria e la velocità di pensiero/esecuzione quelle si rimarranno incastonate in Andrea.E così la Juventus è risorta, quattro titoli nazionali, quattro titoli nei quali c'è la griffe di Andrea Pirlo. Anche la grande mela ha voluto omaggiare Andrea Pirlo, gli ultimi anni vestito di azzurro, azzurro come il cielo, azzurro come l'infinito.Andrea Pirlo non abbandona il calcio e il calcio che perde il suo figlio prediletto.Ci mancherai, Andrea @Pirlo_official#Dylan @deklan26

Il tango di Mauro

Tango o Salsa? Decisamente Tango, l'inter è tango, l'Inter è Icardi, l'Inter è Mauro, l'Inter è Wanda. Segnare tre gol in un derby non accadeva dal 2012, ai tempi c'era un certo Principe Milito e l'Inter non navigava così a vista come ora. Sembra passata un'era geologica, invece solo 5 anni, ed è decisamente cambiato tutto. L'Inter e il Milan non sono più l'Inter di Milito e il Milan di Ibrahimovic ma ora sono l'Inter di Nagatomo e il Milan di Rodriguez, non proprio la stessa cosa. Domenica sera c'è stata però l'apoteosi per la Milano nerazzurra. Il naviglio si è dipinto di nero e azzurro e il rosso si è dissolto sotto i colpi di Icardi.Opportunismo, recupero palla, acrobazia, rigore: un codensato chiaro e limpido di chi è Mauro e di cosa è capace questo attaccante moderno, 181 cm per 75 kg.E' il prototipo dell'attaccante del terzo millennio, fuori dal campo sempre alla ribalta, Wanda Nara non è mai a corto di argomenti e dentro al rettangolo è il numero 9 più forte d'Europa. Non ha ombre nel suo gioco. Gioca per la squadra ora, sponde, prende calcioni per far salire i suoi, oltre a questo non ha perso smalto e la sua verve sotto porta. La rasoiata di Candreva è tramutata in rete dalla girata precisa sul secondo palo, Donnarumma non può nulla. Il secondo gol è lo spot del capitano nerazzurro. Biglia si addormenta, Icardi scippa la rete e duetta con Perisc, 11 assist solo per Mauro, pallone a mezza altezza del croato e sforbiciata volante per rubare tempo al portiere: chapeau!Il Milan dall'inferno al paradiso per due volte, stadio in silenzio, 2-2 e sull'ingenuità colossale di Rodriguez, l'arbitro Tagliavento può solo indicare il dischetto del rigore.Una vita fa, qualche derby fa, Icardi era in ginocchio e Donnarrumma faticava a trattenere la gioia dopo il rigore neutralizzato. Domenica, qualche anno più tardi, di nuovo, uno di fronte all'altro, nel duello dagli undici metri. Icardi lo guarda dritto negli occhi, lo sfida e lo fulmina, aspettando il passo verso sinistra del numero 99. ll resto è 3-2, maglia celebrata come Messi al Camp Nou quasi a simboleggiare quanto questo ragazzo del 19-02-93 sia cresciuto, in tutto.#MI9#Dylan

Essam El-Hadary, il portiere detentore di record!

La storia che vogliamo raccontarvi oggi ragazzi parla di ESSAM EL-HADARY, portiere di origine egiziana nato il 15 gennaio del 1973 a Damietta, una piccola città e porto egiziano sul delta del Nilo.Attualmente gioca nel Al-Taawoun, che milita nella Saudi Professional League in Arabia Saudita, come portiere e capitano della sua squadra.Essam, anche soprannominato La Diga per le sue capacità tra i pali, trascorre maggior tempo della sua carriera nel Al-Ahly in coi vince 7 campionati, 4 coppe d'egitto e 4 supercoppe d'egitto.Grazie quindi alle sue doti da portiere. riceve anche la sua prima convocazione nella nazionale egiziana nel 1996 in amichevole contro la Corea del Sud.Passano gli anni ed Essam continua ad essere convocato in nazionale, e si guadagna anche la fascia da capitano nel frattempo, fino ad arrivare ai giorni d'oggi che, grazie ai suoi compagni di squadra e a lui, la sua nazionale riesce a guadagnare un pass per i Mondiali di Russia 2018 grazie alla vittoria per 2-1 in casa contro il Congo, decisa da Mohamed Salah al 94' minuto su rigore e anche detentore del primo gol.Con questo pass ai mondiali il nostro Essam diventerà automaticamente il proprietario di diversi record per età nei mondiali, ovvero:Giocatore più ANZIANO a partecipare ad un mondiale, batte il precendente record di Faryd Mondragon (43 anni e 3 giorni)Giocatore più ANZIANO AL DEBUTTO con 44 anni di età il nostro Essam, ebbene si, debutterà per la prima volta nei mondiali, non si deve mai smettere di sperare!CAPITANO più ANZIANO dei mondiali.

Vorrei essere Roberto Carlos ma sono...Felice Centofanti

Chi è Roberto Carlos? Chi è Felice Centofanti?Secondo Dylan non conoscete né l'uno né l'altro. Hanno in comune qualcosa: ruolo e squadra di militanza per un periodo, altro no, decisamente no. Sono due terzini, mancini ma di diverso spessore. L'uno, il carioca, non è alto, non ha capelli fluenti ma ha un sinistro che pochi hanno. Il tiro a "tre dita" diciamo è roba sua. Si perché, seppur breve, nella sua esperienza all'Inter, durata il tempo di una stagione, un battito d'ali o poco più, ha saputo condensare tutto il suo essere appunto Roberto Carlos. Tiri di una potenza sovrumana, discese epiche, dribbling continui ma anche dimenticanze difensive. Un diamante grezzo insomma che non ha avuto il tempo per diventare una farfalla. È rimasto crisalide nell'Inter ma non altrove. Nel Real Madrid ha vinto tutto, ma proprio tutto. Coppe, Campionati (Liga spagnola) e la tanto agoniata Coppa dalle Grandi Orecchie. Tutto quello che i tifosi dell'Inter avrebbero voluto ma non è stato. Il cerino in mano è rimasto anzi si è bruciato quando la fascia ha cambiato inquilino. Diciamo che l'inquilino ha pagato l'affitto ma non ha lasciato il segno. La mancina dell’Inter è sempre stato un pianto. Un pianto perché ha cambiato spesso, appunto inquilino, ma a parte qualcuno, gli altri, la maggior parte, si sono fatti apprezzare più dalle squadre avversarie che dai supporters nerazzurri.

I 5 gol più veloci della storia del calcio

Una manciata di secondi. Che si può fare in un lasso di tempo così ridotto? Allacciarsi una scarpa, bere un caffè, attraversare la strada. Realizzare un gol non sembra rientrare in questa casistica. Però è successo. L’arbitro fischia l’inizio della partita e pochi attimi dopo la palla è già in fondo al sacco. Gli Speedy Gonzales del gol provengono un po’ da tutte le latitudini del mondo. Vediamo chi sono.Il quinto gol di questa speciale classifica proviene dagli Stati Uniti. Lo realizza un giocatore statunitense di origini italiane: Michele Grella, detto “Mike”. 7 secondi per portare in vantaggio il suo New York Red Bull nella sfida con il Philadelphia Union. Il campionato è la MLS statunitense. La data il 18 ottobre 2015.Dagli Usa all’Australia. Anche in questo caso parliamo di un giocatore con sangue italiano nelle vene. Damian Mori segna da centrocampo dopo 3,69 secondi. Pallonetto chilomentrico che non dà scampo al portiere avversario, e 1-0 Melbourne. L’anno è il 1995.In Messico ricordano ancora bene la prodezza di Gustavo Ramirez: 3,3 secondi per sbloccare l’incontro fra il suo Mineros de Zacatecas e il Necaxa. Battuto dopo 14 anni il record del campionato messicano, che apparteneva a Ricardo Chavez, in gol dopo 9 secondi.Altro pallonetto micidiale ed ultra rapido è quello di Ricardo Olivera, che il 26 dicembre 1998 entra nella storia dell’Uruguay come goleador più veloce di sempre. E nella storia del calcio mondiale è in seconda posizione: 2,8 secondi.Ma è dall’Arabia Saudita che proviene l’Usain Bolt del gol. Nawaf Al Abed non ci pensa un attimo: il compagno gliela tocca e lui spara con il sinistro. Il portiere avversario fa un gesto un po’ difficile da decifrare. Ma ci piace pensare che stesse dicendo: “beh, ma è valido così?”Non solo è valido, ma è storico. Anzi, leggendario: 2,3 secondi. Praticamente, il tempo di uno sbadiglio.

​5 GOL DI TACCO MEMORABILI

Raffinatezza, classe, genio, coraggio e naturalmente un pizzico di fortuna. Ci vuole tutto questo perché l’azzardo di un colpo di tacco si tramuti in un gol da antologia. Non sono molti i giocatori che si sono presi il “rischio” di una giocata del genere. Ancora meno quelli che ne hanno saputo ricavarne un capolavoro.Ed è sicuramente un capolavoro il gol di Roberto Mancini in un Parma-Lazio del gennaio 1999. Angolo dalla sinistra, palla sul primo palo dove il fantasista biancoceleste, spalle alla porta, si inventa una prodezza incredibile. Palla in rete fra lo stupore e la meraviglia di tutti, probabilmente avversari compresi. Il primo a doversi inchinare a quella giocata fu naturalmente il portiere del Parma: un certo Gianluigi Buffon.Il portierone della Juve rivide un po’ i fantasmi di quella serata, ma in un contesto del tutto diverso, nel 2004, in occasione degli Europei giocati in Portogallo. L’Italia affrontava la Svezia nella seconda giornata della fase a gironi. Zlatan Ibrahimovic, uno abbastanza bravo (per usare un eufemismo) nelle giocate ad alto coeffieciente di difficoltà, anticipa e scavalca Gigi Buffon con un colpo di tacco destinato ad insaccarsi proprio sotto l’incrocio dei pali. Inutile il salto di Bobo Vieri sulla linea di porta. Un ricordo doloroso per l’Italia, che anche per colpa di quel gol non approdò ai quarti di finale della competizione.Il tacco è più che altro roba da fantasisti. Ci vuole davvero tanta immaginazione, in effetti, per inventarsi gol del genere. E ne ha usata tanta, Alex Del Piero, poco prima del calcio di punizione di Pavel Nedved, per figurarsi il gol che di lì a poco avrebbe fatto impazzire il popolo bianconero. Capirete, segnare in un derby è qualcosa che già di suo manda in visibilio i tifosi. Figuriamoci se il gol è di questa fattura.A proposito di derby, a Roma i tifosi della Lazio ricordano ancora bene cosa avvenne in una stracittadina giocata nel 2003. Anche qui c’entra un Mancini, ma stavolta si tratta di Amantino, giocatore brasiliano in forza alla Roma. Stesso cognome del giocatore laziale, ma destinazione diversa del pallone rispetto alla prodezza realizzata a Parma. Perché in questo caso la palla viene addirittura girata sul secondo palo. Come incendiare una partita per sua natura già piuttosto calda.C’è una varietà precisa del gol di tacco: il cosiddetto “scorpione”. Facile capire perché si chiami così: la gamba diventa ad un tratto la coda dell’insetto, e il tacco il pungiglione. Arriva una palla un po’ arretrata, tu sei sbilanciato in avanti e l’unico modo per segnare diventa quello. Ne sei quasi costretto, per così dire. Sulla difficoltà del gesto ci sono pochi commenti da fare. Anche se poi, a riguardare i giocatori a cui questa prodezza è riuscita, sembra in fondo una cosa semplice. Chissà se è d’accordo Olivier Giruod, che all’inizio di quest’anno ha pensato bene di infilare così il portiere del Crystal Palace.

5 incredibili imprese calcistiche

Non deve essere male iniziare un torneo senza il favore di alcun pronostico e poi sollevare il trofeo tra lo stupore generale di tutti. Nella storia del calcio ci sono state diverse squadre che hanno vissuto questo tipo di sensazione. Squadre che non erano date per sfavorite in una finale, o nel rush finale nel caso di un torneo “all’italiana”, ma che partivano con l’obiettivo di salvarsi, o di fare un cammino il più possibile dignitoso, non immaginando certo di vincere. E invece alla fine hanno vinto. Circondate dallo stupore - e a quel punto anche dall’ammirazione - di tutti. No, non deve essere affatto male.Banalmente, iniziamo la nostra rassegna dall’incredibile Leicester di Caludio Ranieri. Perché è così che sarà ricordato, come il Leicester di Claudio Ranieri, il tecnico italiano che in Inghilterra, la terra delle fiabe, a 64 anni si è preso la rinvincita su quanti lo consideravano un allenatore poco vincente. Aiutato, certo, anche da un gruppo di ragazzi fantastici e fino a lì praticamente sconosciuti, da James Vardy a Riyad Mahrez a N’Golo Kantè, passando per Daniel Drinkwater, Shinji Okazaki e Kasper Schmeichel. Ma la firma sul capolavoro della stagione 2015/2016 è tutta di Ranieri, che con il suo carisma, la sua esperienza e il suo “italian style” ha saputo trasformare l’entusiasmo di una buona partenza in una riserva di carburante inesauribile, o quantomeno sufficiente per arrivare a tagliare il traguardo davanti a tutti. Quest’anno quella benzina è finita, e Ranieri, incredibilmente, è stato esonerato. A volte il calcio è proprio strano, per non dire lunatico.Abbiamo visto che fra i ragazzi di Claudio Ranieri c’era Kasper Schmeichel, un nome – anzi, un cognome – che richiama alla memoria un’altra incredibile impresa sportiva. L’anno è il 1992, e il torneo in questione il Campionato Europeo in Svezia. Certo, direte, un Europeo è un torneo molto più corto di un campionato nazionale come la Premier League, e quindi fare l’impresa è più facile. Calcolate però che la nazionale vincitrice, che non è la Germania, né la Spagna e nemmeno l’Italia, poche settimane prima dell’inizio delle partite era al mare, in vacanza. Perché non si era qualificata. Ma in Jugoslavia, nazione che invece si era aveva guadagnato l’accesso alla fase finale, nel frattempo è entrata in guerra. Dunque serve un sostituto. E allora dentro la Danimarca, che aveva chiuso le qualificazioni alle spalle della Jugoslavia. Tutti pensavano che i danesi avrebbero giocato in infradito, visto che erano stati letteralmente strappati alla spiaggia. Invece vinsero. Contro ogni pronostico. E battendo in finale la Germania, non proprio l’ultima squadra del ranking mondiale. Ebbene, il portiere di quella Danimarca era Peter Schmeichel, padre di Kasper. Evidentemente, in quella famiglia le imprese sportive sono impresse nel DNA.12 anni dopo, un altro inaspettato trionfo in un campionato europeo. Stavolta parliamo della Grecia. Quell’ Europeo venne disputato in Portogallo, la cui nazionale faceva parte del girone di ferro in cui era stata inserita anche la Grecia, oltre a Spagna e Russia. Grecia che era considerata, per il valore complessivo della rosa, la 15° squadra sulle 16 che partecipavano al torneo. Ma che seppe stupire tutti. E fin dall’inizio, quando battè i padroni di casa del Portogallo nella partita inaugurale del torneo. Passò la fase a gironi come seconda del proprio raggruppamento, poi eliminò la Francia campione in carica ai quarti, la Repubblica Ceca di Pavel Nedved (Pallone d’oro di quell’anno) in semifinale ed infine il Portogallo – ancora lui – in finale. Inutile dire che in tutte queste sfide gli ellenici partivano nettamente sfavoriti. Ma avevano dalla loro un paio di figure di spicco. Una era il bomber Angelos Charisteas, quell’anno in stato di grazia e autore di 3 reti alla fine del torneo, una più pesante dell’altra (segnò anche in finale). L’altro era il tecnico Otto Rehhagel, uno che di imprese sportive se ne intendeva. C’era lui, infatti, alla guida di quel Kaiserslautern che nella stagione 1997/1998 si aggiudicò il titolo tedesco dopo aver vinto la Zweite Bundesliga, la seconda divisione tedesca, solamente un anno prima. Ebbene sì: una neopromossa vinse lo scudetto. Non era mai avvenuto prima nella storia del massimo campionato tedesco.Nel campionato inglese, invece, era già avvenuto qualcosa del genere. Ma si andò molto oltre. Perché sì, nel 1978 il Nottingham Forest, fresco promosso dalla serie B inglese, si aggiudicò subito la Premier League (che allora si chiamava First Division). Ma non si fermò lì: nelle stagioni successive vinse addirittura due Coppe dei Campioni consecutive. Qualcosa di mai visto prima, né dopo. A testimonianza, però, che l’Inghilterra è veramente la terra delle favole. Come ad esempio quella di Robin Hood,il fuorilegge che rubava ai ricchi per donare ai poveri e che, guarda caso, aveva il suo rifugio proprio nella foresta di Nottingham. Coincidenza curiosa.

Il mondo a testa in giù: la rovesciata. Carlo Parola e i suoi seguaci.

C’è una tipologia di gol che ogni calciatore sogna di realizzare almeno una volta nella sua carriera: quello in rovesciata. Chi è cresciuto con il cartone animato giapponese Holly e Benji, chi ha ammirato le prodezze (mica poche) di Mauricio Pinilla, attualmente in forza al Genoa, chi ricorda il capolavoro di Ibrahomovic contro l’Inghilterra o quello di Rooney nel derby con il Manchester City, non può non aver detto a sé stesso, almeno una volta: “Cavolo, domenica ci provo anche io!”Ma c’è soprattutto un’immagine che si è fissata in maniera indelebile nell’immaginario degli appassionati di calcio: la rovesciata di Carlo Parola. Detta così forse non rende bene l’idea. Riformuliamo: la rovesciata delle figurine Panini. QuestaVista così sembra un disegno. Ma è solo un effetto grafico. In realtà questa immagine si riferisce ad una stupenda fotografia risalente agli anni ’50, e in particolare ad un Fiorentina-Juventus del 15 gennaio 1950, quando Carlo Parola, giocatore della Juve non nuovo a gesti tecnici del genere, deliziò gli spettatori con una prodezza destinata a diventare un mito. E se è diventata un mito per milioni di ragazzi, proposta ogni anno come copertina dell’album di figurine Panini, il merito non è tutto di Parola. Perché in quell’attimo fermato per sempre si intrecciarono due talenti: quello di Parola, autore di un capolavoro tecnico, e quello del giornalista Corrado Bianchi, autore di un capolavoro fotografico. Grazie alla prontezza del reporter, infatti in tempi in cui non esisteva lo slow motion, tutti poterono apprezzare ciò che stava all’origine di quel meraviglioso gol, ed in particolare la coordinazione perfetta del giocatore bianconero. Coordinazione e tecnica, certo. Ma una rovesciata come si deve necessita anche di una buona dose di follia. Il rischio di fare una figuraccia è alto. Ma se riesce, beh, i rischi sono altri: quello di passare alla storia, o di far innamorare milioni di bambini. Chissà se Ibra, Bressan, Florenzi, Pinilla, Higuaìn, Rooney e tutti quelli che si sono cimentati – con successo - in questo tipo di prodezza hanno avuto negli occhi, da bambini, la rovesciata di Parola? Probabile. Di sicuro, in quel momento, hanno deciso che il rischio di fare una figuraccia era minore della possibilità di stupire. E hanno fatto bene.

​3 MOMENTACCI DELLA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO

L’Italia è un Paese dalla grande tradizione calcistica. Il palmarès della Nazionale maggiore è molto ricco: 4 Mondiali (il secondo miglior bottino dopo quello del Brasile, che ne ha 5), 1 Europeo, 1 oro olimpico e 2 Coppe Internazionali (l’antenato dei moderni Europei).Nel corso della sua pluricentenaria storia calcistica il nostro Paese ha dato i natali a straordinarie generazioni di campioni. Tuttavia non poche Nazionali azzurre, pur traboccanti di talenti, sono uscite dai grandi appuntamenti con l’amaro in bocca. Vediamo alcuni di questi casi, tratti dalla storia recente.Una delle disfatte più brucianti è il Mondiale in Corea e Giappone, nel 2002. Il CT Giovanni Trapattoni aveva a disposizione una truppa dall'enorme potenziale. Per rendere l’idea basti dire che Roberto Baggio, già un po’ vecchiotto ma ancora di un altro pianeta in quanto a classe, non trovò spazio in quella selezione. Una generazione di talenti che, però, non seppe superare gli ottavi di finale di quel torneo, un po’ per demeriti propri, un po’ per via della vergognosa direzione arbitrale nella sfida contro una delle squadre di casa, la Corea del Sud. Era, appunto, l’ottavo di finale e l’arbitro era l’ecuadoriano Byron Moreno. La Corea vinse grazie al Golden Gol di Ahn, allora giocatore del Perugia (che dopo quel Mondiale fu cacciato via dal presidente della squadra umbra), il quale segnò la rete del 2-1 al termine di una partita macchiata da un numero impressionante di strafalcioni arbitrali. L’Italia contestò un rigore concesso agli asiatici, poi parato da Buffon, l’espulsione di Totti per una presunta simulazione, l’annullamento del gol regolare di Tommasi e le sanzioni non comminate ai giocatori coreani per i duri interventi su Zambrotta e Coco. Nei giorni successivi la stampa italiana gridò al complotto, l’arbitro Moreno venne additato come il principale responsabile (non l’unico, però: è vero infatti che l’Italia si divorò diversi gol) e la spedizione azzurra si concluse con una bella indigestione di bile. Quel Mondiale lo vinse il Brasile di Ronaldo.Due anni dopo il CT è sempre Trapattoni e l’appuntamento è l’Europeo in Portogallo. L’Italia è la solita formazione infarcita di talenti ma piena di incognite. La ferita del Mondiale nippo-coreano è ancora apertissima, e brucia. Tra i convocati c’è Cassano, in uno dei periodi più fortunati della sua altalenante carriera. Saranno proprio i suoi occhi pieni di lacrime la fotografia che gli italiani conserveranno di quell’Europeo. La scena si svolge allo stadio D. Afonso Henriques di Guimarães, sede di Italia-Bulgaria. Gli Azzurri fanno una fatica enorme – come nei due precedenti incontri del girone, del resto - ma alla fine la spuntano per 2-1. Autore della rete decisiva è proprio Cassano, che prima esulta come un pazzo poi, ricevuta una certa notizia dalla panchina, muta repentinamente espressione: dalla gioia alle lacrime. Dalla vittoria all’eliminazione. Sì, perché la notizia che i compagni gli comunicano è che l'altra partita del girone, Svezia-Danimarca, è finita 2-2, ovvero l’unico risultato che avrebbe estromesso gli Azzurri dalla fase successiva. Nessuno crede alla buona fede delle due squadre scandinave. La parola più ricorrente nei media italiani è “biscotto”, ovvero il risultato concordato a tavolino con il preciso intento di eliminare gli Azzurri, sin lì poco convincenti ma pur sempre temibili. Vero o falso che sia, Trapattoni e gli azzurri tornano mestamente a casa con la sensazione, ancora una volta, di essere stati gabbati. Ma anche con la consapevolezza di aver espresso poco o nulla del proprio potenziale. L’esito di quell’Europeo è incredibile: se lo aggiudicherà la Grecia, battendo in finale proprio i padroni di casa del Portogallo.Riavvolgiamo velocemente il nastro di dieci anni esatti e andiamo nel 1994. Si gioca il Mondiale statunitense. L’Italia è fortissima: ha Roberto Baggio - pallone d’Oro nell’anno precedente - in gran forma, una difesa d’acciaio composta da Costacurta, Baresi, Maldini e Tassotti. Fra i pali c’è Gianluca Pagliuca. Il CT è il pluridecorato Arrigo Sacchi. Insomma, è una Nazionale dalla forte impronta milanista e da molti considerata una delle più accreditate per la vittoria finale. Parte male, però. Supera la fase a gironi grazie al ripescaggio fra le migliori terze. A questo punto sale in cattedra Baggio. Il Divin Codino risolve diverse situazioni intricate e trascina gli Azzurri in finale, dove ad attenderli c’è il Brasile. Il Capitano, Franco Baresi, gioca nonostante l'intervento al menisco di poco più di venti giorni prima. Anche Baggio non è al meglio. Ma l’Italia è cresciuta partita dopo partita, e la fiducia di lasciare gli Stati Uniti con il trofeo c'è. La sfida è equilibrata e risente della grande afa di Pasadena, città sede dell’incontro. Dopo 120’ il risultato è ancora di 0-0. Si va ai rigori. Baresi sbaglia, Pagliuca para il primo rigore brasiliano. Al quarto giro il portiere carioca Taffarel respinge il rigore di Massaro; Dunga invece spiazza Pagliuca. Il Brasile a questo punto è in vantaggio, e un eventuale errore italiano gli darebbe la vittoria. Dal dischetto si presenta Roberto Baggio, l’eroe del cammino azzurro. Che calcia alto. Il Brasile non ha neppure bisogno di battere l’ultimo rigore. L’Italia torna a casa sconfitta, e Baggio non dimenticherà più quel momento, che diventerà una macchia indelebile nella sua straordinaria carriera.

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